sabato 11 marzo 2017

Vivere di letteratura: intervista a Mirko Volpi (con un tuffo nel passato)

  Compagni di classe celebri: Mirko Volpi

Ho frequentanto le scuole superiori durante il secolo scorso. Ebbene sì. Gli anni passano, ma quelli del liceo classico Verri di Lodi sono indelebili, tra le lezioni di greco del fantastico prof. Dossena (l'unico di cui dirò il nome: ci ha lasciato tanti anni fa, ma non lo dimenticherò mai) o le notti folli a studiare latino  e a pregare che la professoressa (guai a chiamare chiunque "prof.") famosa per l'urlo facile non indossasse, l'indomani, il famoso completino bianco a greche nere e occhiali a specchio dalla montatura rossa: quella era la divisa del terrore. Un'interrogazione con lei vestita così (che significava umore nero dei più neri) ed era la fine. Oppure le gite con il prof. di filosofia, l'uomo che ha fatto ridere generazioni di studenti. Erano gli anni in cui gli smartphone non c'erano, e non c'era neanche internet. Gli anni in cui era impensabile che un genitore andasse a lamentarsi a scuola perché il professore era troppo esigente. I genitori si lamentavano se invece il professore era troppo "di manica larga". E se il professore ce l'aveva con te, i genitori davano ragione a lui.

In tempi di amarcord, quindi, perché non intervistare un compagno di classe celebre, dantista, docente universitario e scrittore, nonché marito di Barbara e papà di Ludovico, ovvero Mirko Volpi?


Grazie, Mirko, per aver accettato questa intervista! Ti presenti in poche righe?
Sono nato nel 1977 a Nosadello (CR), ho studiato al Liceo Verri di Lodi, poi ho frequentato Lettere a Pavia, dove oggi vivo e lavoro come ricercatore in Linguistica Italiana, occupandomi prevalentemente di Dante, di commentatori di Dante, di antichi volgari italiani, di lingua della politica nel Novecento, e altro ancora.

Il liceo classico P. Verri di Lodi

Ecco svelata la mia età (e pensare che alcuni studenti pensano io abbia tra i 27 e i 30 anni... Mi guarderanno come una nonna, da domani). Siamo stati compagni di liceo. Qual è il ricordo più divertente o emozionante di quei gloriosi anni al liceo Verri di Lodi?
Più che un singolo episodio, ricordo sempre con grande piacere il clima di quegli anni nel nostro piccolo liceo, la sensazione di far parte di una comunità coesa e in qualche modo differente rispetto alle altre scuole cittadine. Forse non varrà per tutti, ma io ero felice di entrare tutte le mattine da quel cancello!

Quando è nata la tua passione per la letteratura e in particolar modo per Dante?
Non riuscirei a indicare un momento esatto. Direi che è stato un percorso naturale, vorrei dire quasi obbligato, che mi ha portato ad amare sempre più la letteratura, la lingua italiana e soprattutto Dante. Forse la svolta è stata proprio alla maturità, quando scelsi la traccia che proponeva un confronto tra l’Ulisse omerico e quello dantesco: mi piace credere che quello fu un segno del destino.

Quando ho detto ai miei studenti che esistono i dantisti, cioè studiosi di Dante, mi hanno guardata stralunati e hanno esclamato: “Oh, ma c’è qualcuno che studia Dante per tutta la vita? E lo pagano pure?”. Cosa risponderesti loro?
Anzitutto, che tutti, tutti gli Italiani, di qualsiasi età o professione, dovrebbero leggere e amare Dante per tutta la vita. Poi, sì, qualche decina di fortunati che vengono persino pagati per farlo ci sono: basta (si fa per dire) diventare docenti universitari. Il che spesso te le fa passare, le voglie, ma Dante ha questo potere, di farti dimenticare le difficoltà.

Cosa ne pensi della scuola di oggi? Un’istituzione sull’orlo del baratro o una nuova scuola orientata al futuro? (Io, che insegno alle superiori, penso che siamo già caduti nell’abisso).
Non ho il polso della situazione, non avendo mai insegnato a scuola. La filologia mi ha insegnato a parlare solo quando si conosce bene un argomento. Vedendo però i ragazzi del primo anno, e cioè la loro preparazione, mi pare di notare – e non credo sia solo un’impressione – che arrivano all’università un poco meno attrezzati rispetto a vent’anni fa, e sempre più bisognosi di aiuto, di un indirizzo. La sensazione è che – a tutti i livelli – restino adolescenti un po’ troppo a lungo.

Nel tuo libro Il diario di Mirko V. hai inaugurato il tuo personale filone autocelebrativo, seguendo le orme di tanti altri grandi prima di te (tra parentesi, mi ricordo che già al ginnasio ti spostavano al banco davanti per ammirare i tuoi occhioni azzurri, quindi credo che il tutto nasca già nell’adolescenza…). Per cui, dimmi, a bruciapelo: ti senti più Ugo Foscolo o D’Annunzio? E perché?
Anzitutto, consentimi di negare questa cosa dello spostamento di banco! Sempre stato in ultima fila!*  Poi, direi D’Annunzio, ma nel senso che mi piacerebbe poter avere un decimo dello spirito che ebbe lui. Poeta, grande celebrità anche mondana, romanziere all’avanguardia, aviatore, comandante, esteta... Una figura davvero incredibile: te li immagini i poeti di oggi che conquistano Fiume o volano su Vienna lanciando volantini mentre la guerra infuria?

Si può dire che il tuo Il diario di Mirko V. sia nato su Facebook prima di approdare all’editoria tradizionale: che rapporto hai con Facebook e con i social in generale? Credi possano essere veicoli di cultura o concordi con Umberto Eco, quando dicevaI social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel” ?
Io con FB ho un rapporto bellissimo (forse a volte un po’ troppo intenso, diciamo). Credo sia una risorsa straordinaria, dal potenziale immenso. Io, nel mio piccolo, l’ho sfruttato, con grande giovamento sotto ogni aspetto, da quello umano a quello professionale (non sarei scrittore, senza FB: e non è un paradosso né un’esagerazione). Eco aveva ragione, è una delle cose più lampanti legate a internet: primo lo scemo diceva la sua stupidata al bar, veniva irriso dagi altri avventori e la cosa finiva lì. Oggi gli scemi possono fare lega e avere un’incredibile cassa di risonanza, risultando così più “importanti” di quanto non siano, cioè zero.

Nel tuo libro più recente, Oceano Padano, hai cantato il mondo piccolo di Nosadello; ho ritrovato un po’ di Guareschi nel contenuto e molto d’Annunzio nella forma, anche se il tutto declinato in un modo assolutamente personale. Come è nata l’idea di questo libro? Ho azzeccato i riferimenti letterari o la nebbia padana mi ha offuscato la materia grigia?
L’idea in realtà è venuta ad altri, cioè a quelli della casa editrice Laterza, che vedendo (appunto) come usavo Facebook per descrivere quella fetta di Lombardia che abito, hanno visto le potenzialità di un libro. E così è stato: per me poter mettere su carta tutto ciò che riguarda le mie terre, e soprattutto il mio personale sguardo su di esse, è stata una autentica, impagabile gioia. Quanto ai riferimenti, Guareschi è uno degli autori che amo di più, e magari qualche stilla di ironia o di umorismo l’ho presa da lì. Non direi poi che ho guardato a D’Annunzio, sì però a un’idea di lingua alta, controllata, sintatticamente complessa. La cura dello stile è stata la mia massima preoccupazione.
 
Sei anche una firma del Foglio. Preferisci la scrittura giornalistica o quella letteraria e perché?
Finora ho avuto la fortuna di scrivere sul Foglio articoli poco giornalistici (solo sul Foglio si può fare!), addirittura letterari: è questa la mia vera cifra. Come giornalista sarei davvero scarso (e confesso che in passato sono stato pure collaboratore del Cittadino di Lodi, ma non ero proprio un gran reporter…).

Se tu dovessi consigliare un libro a dei giovani refrattari alla lettura, sperando di convincerli che leggere è, non solo bello, ma anche avventuroso, cosa sceglieresti?
Tutto il ciclo di Sandokan, di Salgari: impossibile non appassionarsi alle avventure dei pirati della Malesia!




*(Non è vero, non è vero! Era la V ginnasio, me lo ricordo benissimo!!!)


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